Settembre, e le cose che cambiano
Ho sempre avuto un debole per settembre. Forse perché sa di nuovo, senza esserlo davvero. Non è gennaio. Non c’è quella pressione un po’ assurda di dover cambiare vita, diventare persone migliori, iniziare dieci nuove abitudini.
A settembre, semplicemente, si torna.
Back to school. Back to work. Back to the mat.
Si torna a casa, alle sveglie, ai propri ritmi. Si rimettono insieme i pezzi della quotidianità dopo averli lasciati un po’ sparsi durante l’estate.
Eppure quest’anno, mentre tornavo, continuavo a pensare a quanto sia strano che chiamiamo tutto questo “ritorno”.
Perché in realtà non torniamo mai davvero nello stesso posto.
Nel frattempo qualcosa è successo. Abbiamo visto cose. Conosciuto persone. Cambiato idea. Sentito qualcosa che non ci aspettavamo di sentire.
Magari siamo partiti pensando di sapere perfettamente chi fossimo e siamo tornati con qualche certezza in meno.
Che non è necessariamente una brutta cosa. Forse crescere ha molto più a che fare con questo di quanto pensiamo.
Quanto ci piace sapere come va a finire
Ultimamente penso spesso a quanto facciamo fatica con le cose che non sappiamo definire.
Ci piace sapere. Sapere cos’è. Dove sta andando. Quanto durerà. Se ci sarà ancora domani.
E quando qualcosa ci fa stare bene, questa necessità diventa ancora più forte.
È quasi automatico. Succede qualcosa di bello e, mentre una parte di noi lo sta vivendo, ce n’è già un’altra che cerca di capire come fare perché continui.
Come se godere di qualcosa non fosse abbastanza. Dobbiamo sapere anche cosa diventerà.
Forse è perché l’idea che qualcosa possa essere effimero ci spaventa.
“Effimero” sembra quasi voler dire meno importante. Meno vero. Una cosa che passa. E invece ultimamente mi chiedo se non abbiamo dato a questa parola un significato ingiustamente triste.
Perché effimero non significa insignificante.
Significa solo che non sappiamo quanto durerà nella forma in cui lo conosciamo adesso.
E, a pensarci bene, vale praticamente per tutto.
Che dici? Impariamo a non stringere?
Il problema è che quando qualcosa ci piace, iniziamo subito a stringere.
Credo sia molto umano.
Conosci qualcuno e stai bene: cosa siamo?
Arrivi in un posto e te ne innamori: quando posso tornare?
Finalmente ti senti felice: quanto durerà?
Trovi un equilibrio: come faccio a non perderlo?
Succede qualcosa di bello e una parte di noi, invece di viverlo, comincia immediatamente a occuparsi della sua conservazione.
Lo faccio anch’io. Forse più di quanto vorrei ammettere.
Vorrei sapere dove stanno andando le cose.
Mi tranquillizzano le definizioni, i programmi, le date sul calendario.
E quando non posso averli, la tentazione è quella di decidere comunque.
O sarà per sempre. O è già finita.
Come se tra queste due possibilità non esistesse tutto il resto.
Da qualche tempo ormai sto provando a fare una cosa diversa.
Non tanto lasciare andare.
Ma non stringere.
Mi sembra una differenza piccola, invece per me cambia tutto.
Perché non stringere non significa non desiderare.
Non significa essere distaccati.
Non significa convincersi che non ci importa.
Possiamo amare un posto sapendo che dovremo partire.
Possiamo sentire la mancanza di qualcuno senza sapere quando lo rivedremo.
Possiamo desiderare che qualcosa continui senza pretendere di sapere oggi quale forma avrà domani.
Possiamo persino cambiare idea.
Il mare, ovviamente
Perché alla fine torno sempre lì…al mare.
Forse perché è impossibile guardarlo abbastanza a lungo senza accorgersi che nulla rimane uguale.
L’acqua che arriva non è quella che se ne va.
La superficie cambia continuamente.
Ci sono giorni in cui il mare sembra immobile e altri in cui non riesci nemmeno a capire dove finisca un’onda e cominci quella successiva.
Eppure continuiamo a chiamarlo mare.
Non ha bisogno di restare uguale per continuare a essere ciò che è.
Bellissimo, non è vero?
Mi piace pensare che alcune cose nella vita funzionino allo stesso modo.
Non devono restare identiche per continuare a esistere.
Possono cambiare ritmo, distanza, intensità.
Possono allontanarsi.
Possono tornare.
Possono diventare qualcosa che non avevamo previsto.
E sì, alcune possono anche finire.
Ma forse non abbiamo bisogno di anticipare continuamente quale delle possibilità sarà la nostra.
Quindi sì, back to school
Settembre è arrivato.
Le valigie sono tornate negli armadi.
Le chat ricominciano a riempirsi di “quando ci vediamo?”, il traffico torna quello di sempre e probabilmente tra qualche giorno inizieremo già a lamentarci di avere bisogno di una vacanza.
Ma mi piace pensare che non siamo tornati esattamente al punto di partenza.
Qualcosa, durante l’estate, è cambiato.
Magari sappiamo perfettamente cosa.
Magari ce ne accorgeremo tra sei mesi. E forse non serve fare subito ordine.
Non tutto deve diventare una lezione.
Non tutto deve avere un nome.
Non tutto ciò che cambia deve essere salvato, né salutato.
A volte possiamo semplicemente riconoscere che c’è stato. C’è. Sta diventando qualcos’altro.
Forse alcune cose resteranno. Altre cambieranno. Altre ancora torneranno in forme che oggi non sapremmo nemmeno riconoscere. E alcune, sì, finiranno.
Ma non dobbiamo saperlo adesso. Possiamo stare qui.
In questo settembre che sa di ritorno e contemporaneamente non assomiglia per niente al punto da cui eravamo partiti.
Con qualche certezza in meno. Qualche domanda in più.
E la strana sensazione che, per una volta, non avere ancora una risposta possa andare bene così.
⊹
Con tutto il mio amore,
S.
:)
“IL MARE DENTRO” | OUT NOW ON SPOTIFY
È una meditazione che ho registrato per Sunsea Diaries sul respiro, sul movimento e sul lasciare andare.
Ma oggi quel “lasciare andare” lo sento in modo un po’ diverso.
Non come lasciare andare qualcosa o qualcuno.
Piuttosto come lasciare andare, per qualche minuto, il bisogno di sapere.
Sapere dove stiamo andando. Cosa diventerà. Quanto durerà.
E tornare semplicemente a quello che c’è.
Un respiro. Poi un altro.
Come il mare.
Sunsea Journal
Un luogo dove muoversi non significa fare di più, ma iniziare a seguire ciò che dentro si sta già muovendo.

